lunedì 22 novembre 2010

Andreina


Andreina iniziava le sue giornate molto presto la mattina. Era appena sorto il sole, quando si alzava dal letto, e quasi mai aveva sognato. Il materasso era semi rigido, le lenzuola grigie e il cuscino appena affossato tanto che, pure lei, si chiedeva se veramente avesse dormito. Nonostante il bisogno impellente di proseguire un riposo che pareva non esser mai iniziato, tutte le mattine si alzava e usciva a lavarsi velocemente nella stanza da bagno esterna alla casa. Doveva fare sempre quei dieci metri di cortile per arrivarci, calpestando terra dura e sassi ornati di ciuffi di ispida erba verde. L’acqua utile a lavarsi era da pompare, più e più volte, su dal pozzo. Ed era gelida. Durante l’inverno le sue abluzioni erano svelte e prive di pensieri perché, se avesse osato perder tempo a commiserare il suo bel corpo infreddolito, probabilmente sarebbe morta assiderata. Dopo essersi vestita e coperta il più possibile, procedeva col pettinare il corto caschetto nero. Solo in quel momento scordava la fretta del momento. Col pettine stretto in pugno e sollevato sino al capo, i suoi occhi incrociavano essi stessi nello specchio del pensile, e tutto migliorava. Era bella, Andreina, e si piaceva. Purtroppo la superficie riflettente era imperfetta e quasi ondosa; pareva veder muovere la realtà alle proprie spalle in un’altra dimensione, tanto era mossa; ma quel che era imperfetto al momento, la sera sarebbe cambiato in meglio. Questa consapevolezza la faceva sorridere e proseguire gioiosa la spartana toeletta, ora tutta presa nell’intento di lisciare e rendere ancora più bella la sua corta chioma. Un goccio di colonia dietro i lobi e tra i seni, e poi via a lavorare nei campi.

Era uno dei suoi lavori ufficiali, quello, che le garantiva una buona reputazione. Raccoglieva patate, pomodori, ortaggi di qualsiasi genere la terra partorisse, per buona parte della mattinata. Dopo un pranzo frugale offertole dal fattore, tornava veloce a casa per darsi una seconda lavata e cambiare abito perché era il momento di badare alla vecchia vicina di casa. La quale, ancora maritata ma invalida e troppo rimbambita per poter godere della compagnia del suo compagno di vita, esigeva una o due ore di compagnia giovanile. Quattro chiacchiere, molti pettegolezzi, una serie di racconti di paese spietatamente inventati che avevano lo scopo di saziare la curiosità dell’anziana donna, poi la ragazza era finalmente libera di dedicarsi a se stessa. Infatti, per il resto della giornata, Andreina faceva la modella. Si trasformava per qualche ora in una statua molle e languida che prestava le proprie curve all’obiettivo di un fotografo, proclamatosi artista al momento del primo incontro, ma di cui lei non sapeva molto di più.

La verità nuda e cruda, proprio come lei quando lo incontrava, era che non le importava chi fosse quest’uomo. Succedeva quasi ogni sera, poco prima che il cielo imbrunisse e quando la brace invadeva l’orizzonte, e ogni volta lei vedeva solo un trentenne coi baffi neri all’insù e gli occhi color acqua di fiume. Densi e brillanti, punteggiati dai riflessi del greto in cui giocava quando era bambina. Pigmenti castani e stelle verdi che, forse, celavano insidie, ma erano anche tanto belli da guardare. E da credere sinceri. Egli la deliziava di moine delicate, ogni volta come la prima, la carezzava di lodi con e senza le mani, la sua lingua era armoniosa nel tessere complimenti fantasiosi e seducenti e lei, la bellissima Andreina, era oramai completamente innamorata di questo perfetto sconosciuto con la faccia da moschettiere. Non sapeva, però, cosa fosse l’amore e credeva di far tutto bene; pensava di meritarsi quegli onori solo per la propria bellezza e il dubbio non la colse mai.

L’artista non le chiese mai niente in cambio, così che Andreina visse questo sogno senza sentirsi mai una donna colpevole o sfruttata. Qualcuno però, in paese, sapeva e riferiva a qualcun altro. Quando lei era china nei solchi dei campi e nel frattempo sorrideva, mentre lei dormiva quelle poche ore che i suoi sensi la lasciavano respirare regolarmente, intanto che viveva la sua vita cercando di migliorarla grazie a questo bellissimo lavoro che la valorizzava e la faceva sentire davvero la più bella…quelli iniziarono a parlare, a dire, a inventare e ricamare. Le sue foto circolavano di mano in mano, infatti, e questo la rese preda di desideri più che lussuriosi.

*Fine I Parte*

-GiorgiaM-

Diritti riservati sul testo.

5 commenti:

  1. I clown,il loro senso poetico,sono da considerare tra le più belle presenze del genere umano.

    Difficile e intensa la vita di Andreina,ho idea che lo sviluppo della storia creerà dei problemi non indifferenti alla modella per gioco.

    Ciao Giorgia

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  2. Bello e delicato questo racconto com' è bella Andreina che purtroppo sicuramente pagherà per la sua dolcissima ingenuità.

    Un saluto Tal e buon proseguimento di settimana!

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  3. Interessantissima questa delicata storia di una donna che ha in sé tutte le caratteristiche della femminilità. Bellissimo anche questo contrasto tra l'attività manuale nei campi e l'affascinante lavoro di modella che la riscatta dall'altro, in omaggio alla sua bellezza e alla sua femminilità.
    Cara Talamasca, leggerò con molto piacere il seguito. Se non mi vedi, vieni a chiamarmi come hai fatto prima. Sto facendo delle cure che si assommano ai diversi impegni di lavoro oltre che di volontariato e non sempre ce la faccio a fare il mio giro per blog amici. Ma non ti dimentico. Tu chiamami.
    Ciao e buona giornata.

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  4. Eccomi!A chiamata rispondo . E volentieri.
    Non risco a inserire il tuo blog tra quelli di google reader...misteri di blogger. Riproverò più tardi: senza ciò diventa difficile seguirti con regolarità.
    Io ti aspetto anche QUI
    cIAO!

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  5. Hai notato anche tu il topo-mostro del video,una pantegana incazzatissima...
    Se si ingrosseranno di più minacceranno anche noi!

    Notte carissima

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Ciao! E' apprezzato un saluto e un commento su quanto leggerai qui da me, positivo o no...è comunque un grande piacere ospitarti nel mio blog!!

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