mercoledì 9 febbraio 2011

Una coccinella


La mattinata iniziò stanca e malata, che cercava di districarsi da coltri di nebbia densa tanto da esser tagliate col coltello. A guardarla con attenzione, al di là della finestra, non si scorgeva comunque niente di vivo e quasi ti veniva voglia di toccarla e plasmarla, ti prendeva il desiderio di trasformarla con le tue mani in qualcosa di buono o, quanto meno, più carino e utile. Ma la nebbia non può essere toccata, tanto meno modificata, perciò restò lì, come un drappo funebre a nascondere una strana primavera che quell’anno si mostrava alquanto triste e timida.

Mia figlia stazionava immobile a fissare un punto imprecisato davanti a sé, verso la finestra, oltre il vetro, come se vedesse davvero qualcosa di interessante che giustificasse la perdita di anche solo un minuto del proprio tempo. È giusto precisare che mia figlia era una bambina di 4 anni, tanto piccola da avere miliardi e miliardi di attimi di tempo da utilizzare come e quanto voleva, priva come ovvio del sospetto che il tempo ha una fine. Un punto. Un baratro di ignoto, come quello in cui sono caduta io da quel giorno.

Era una bimba, mia figlia, di nome Adelaide; era tenera e paffutella come si augura lo siano tutti i fanciulli alla sua età, aveva un piccolo nasino all’insù da ispirare tenerezza e tanti baci, gli occhi grandi e blu che cambiavano tono assieme a luce e ombra, ciglia lunghe come le mie, capelli riccioli e neri come suo padre. Sino a poco prima giocava con alcune marionette di legno verniciato che avevo trovato in soffitta, risalenti alla mia infanzia, e niente l’avrebbe potuta distrarre quel giorno e tutti gli altri, se non quella strana nebbia. Che la chiamò a se, almeno a guardarla in modo tanto fisso. Difatti Adele, come la chiamavo sempre io con disappunto di mio marito, si sollevò pian piano e seria si volse verso l’esterno. A guardare, osservare, ascoltare con attenzione.

Mi resi conto della sua immobilità quasi immediatamente poiché lavoravo alla mia macchina per cucire poco distante da lei, sempre molto attenta a non lasciare sola in una qualsiasi stanza della casa una bambina tanto piccina. Attesi qualche istante, poi la chiamai “Adele?” senza però ricevere alcun segno di risposta. Dopo averla interpellata una seconda volta, mi alzai preoccupata; arrivai alle sue spalle senza destare la seppur minima attenzione da parte sua, tanto che il mio disagio aumentò notevolmente. Con la mano, dolcemente, le sfiorai i capelli e mi abbassai verso di lei per guardarla in viso. Solo allora i suoi occhi blu come il fondo del mare si risvegliarono da un apparente torpore e, con un sorriso costellato di dentini bianchi, rise gioiosa “mamma guadda! È piccoa piccoa!!!!” Purtroppo al momento non capii a cosa si riferisse mia figlia; vidi che indicava il vetro della finestra e pensai si riferisse alla nebbia, a ciò che non si vedeva al di là di essa; pensai semplicemente che la sua fertile immaginazione di bambina avesse creato qualcosa di bellissimo e fantastico, forse una fatina della nebbia. Controllai approssimativamente e senza convinzione, allora le sorrisi e la strinsi a me dicendole “si cara, è piccola piccola! Più piccola di te, pensa un po’!” per poi lasciarla e tornare al mio lavoro di cucito. Lei riprese a giocare con lo sguardo ancora intento a esplorare l’esterno, sempre meno interessata a quelle bambole di legno che erano appartenute a me e mio fratello tanti decenni prima. Io ero però tranquilla, persuasa che i suoi fossero semplici pensieri di bimba fantasiosa, così ripresi a lavorare con impegno. Passarono solo alcuni minuti.

Trascorsero come un fiato, una brezza leggera e inavvertita di tempo. Lo ignoravo, ma in quegli istanti precipitavo nel vuoto.

Quando sollevai gli occhi per controllarla, come consueto, lei non c’era più. Adelaide era sparita dalla stanza e, immediatamente, andai a cercarla nel resto della casa. Esplorai ogni camera, anche dove era impossibile che fosse entrata perché l’uscio era stato preventivamente chiuso a chiave. Fuori, nel cortile, in cui la nebbia gravava statica e asfissiante su ogni fiore ogni pietra e ogni filo d’erba. Il cancello era chiuso e la mia disperazione ormai alle stelle mentre urlavo il suo nome tanto da richiamare l’attenzione di qualcuno. Questo qualcuno mi aiutò a proseguire le ricerche senza però trovare la mia bambina, la mia Adele dai riccioli neri e gli occhi volubili, la mia piccina tenera e fantasiosa. Mio marito, richiamato dal lavoro, si preoccupò di diramare una denuncia di scomparsa e io resto qui, a guardare oltre il vetro della stessa finestra da cui guardava mia figlia, ora che sono trascorsi molti anni, ad aspettare che torni la stessa primavera nebbiosa di quel giorno. Sì, perché in quei casi io rivedo la mia piccina…Adele è ora una piccola coccinella che torna a casa imperlata di rugiada, si posa sulla superficie del vetro e aspetta che la sua mamma la veda per portarla dentro, al caldo, lontana dalla nebbia, per stare un po’ assieme. Tutte le primavere sfida quel vasto muro di nebbia per dirigersi sempre verso me, dalla sua mamma. Ne sono certa perché il giorno che Adele è sparita, nel davanzale della finestra ho trovato una coccinella come lei…solo meno rossa e carina, ma sempre piccola piccola; ho compreso solo in quel momento cosa guardava continuamente e il motivo per cui aveva abbandonato i suoi giochi. Adele ha chiesto alla nebbia di tramutarla in una piccola coccinella, tanto le era piaciuta, ora io lo so e mi basta aspettare che torni la nebbia per rivederla e coccolarla almeno un po’.

*GiorgiaM*

I diritti riservati sul testo

Immagine reperita in rete


3 commenti:

  1. Mio Dio! Il tuo racconto mi ha sconvolto! Ma come è possibile? Ma è sparita così? Da dentro casa, quasi. Per quanto possa immaginarmelo, non riesco a capacitarmi del tuo dolore. Troppo grande.

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  2. Mi auguro che sia solo un racconto e non la realtà,perchè in tal caso so esattamente come ti senti,visto che l'ho provato sulla mia pelle.
    Ha ragione Ambra,il racconto sconvolge e mette i brividi.

    Ciao Cara,buona notte.

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  3. Scioccante questo tuo racconto Tal che ci riporta in modo drammatico alla realtà dei giorni nostri, dove tantissimi bambini scompaiono nel nulla...

    Un abbraccio Tal!

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Ciao! E' apprezzato un saluto e un commento su quanto leggerai qui da me, positivo o no...è comunque un grande piacere ospitarti nel mio blog!!

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